Game into Art?

Game into Art?

L’arte interattiva di Fumito Ueda

Ero sinceramente molto combattuto sulla scelta dell’argomento per il mio primo topic in questa rubrica, un post in una  rubrica che molti di voi considereranno probabilmente un po’ forzato,  un po’ fuori posto rispetto alle tematiche portanti di bello2buono: l’arte, la poesia, il bello, la moda, il gusto, la fotografia.

Così, con la consapevolezza dei pregiudizi che molti si portando dentro nei riguardi del videogioco come forma d’arte, mi sono convinto a inaugurare questa mia new entry parlandovi di uno dei titoli che mette maggiormente in evidenza l’arte che permea profondamente il videogioco d’autore, il ramo probabilmente più nobile e più di nicchia del medium videoludico.

Il gioco in questione prende il nome di ICO, opera prima del maestro Fumito Ueda e del suo Team.

Once upon a time…

In un piccolo villaggio di un mondo lontano, un po’ malinconico ma allo stesso tempo fantasioso e sognante, nasce un giorno un bambino diverso da tutti gli altri, sulla testa di questo indifeso infante spuntano difatti due piccole corna bianche, una stranezza che segnerà per sempre l’esistenza del ragazzo.

Il villaggio dove nasce il bambino non accetta la diversità del neonato, al contrario lo ripudia, lo considera una minaccia, un segno di enormi sventure per l’intera comunità. Così, dopo pochi anni dall’avvento del nascituro, le guardie armate strappano lo sfortunato bambino dalle braccia della madre e lo portano lontano, in un enorme castello desolato e inabitato, in una fredda e isolata cella, con la sola compagnie delle salme di chi, per gli stessi incomprensibili motivi lo aveva preceduto.

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Hold into a castle…not alone

Già dalla prefazione, ancora prima di muovere i primi passi nell’universo di gioco, ci rendiamo così conto della straordinaria profondità concettuale-contenutistica di ICO.

Da questo momento inizia l’avventura del giovane protagonista, che dopo la dipartita delle guardie che l’avevano trascinato verso il suo triste destino riesce miracolosamente a uscire dal sarcofago in cui era rinchiuso, ritrovandosi così solo e disorientato nei meandri dell’enorme castello, che non si rivela essere altro che un’altra immensa prigione. Girovagando per le enormi sale grigie, vuote e dall’atmosfera opprimente del palazzo però, ICO scopre di non essere il solo uomo imprigionato tra le monumentali mura del castello. In una piccola cella sospesa nel vuoto, infatti, giace una giovane fanciulla dalle sembianze eteree, avvolta da un flebile bagliore che inonda perennemente la sua bianca veste e la sua candida pelle, il suo nome è Yorda. In aiuto della ragazza giunge proprio il giovane dalle bianche corna, che liberandola dalle sbarre la prende per mano e la porta con sé nella disperata ricerca di una via d’uscita.

Escape to freedom

La fuga verso la libertà però non sarà così facile, ben presto ci accorgeremo infatti di come un’oscura forza che sembra vivere in simbiosi con il castello stesso, si opponga inspiegabilmente alla ricerca della libertà dell’indifesa Yorda. Ogni volta che lasceremo la fanciulla da sola infatti, delle terribili creature capitanate dalla malvagia Regina d’Ombra cercheranno di rapirla e trascinarla nell’oscurità. ICO dovrà così combattere con tutte le sue forze per portare la ragazza in salvo e per conquistare insieme la libertà, in una delle avventure più delicate ed emozionanti che l’intera storia del videogioco ricordi.

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 Game into Art

Non andrò oltre nelle vicende narrate e non mi soffermerò neppure sulle meccaniche di gioco, focalizzate quasi completamente sulla risoluzione di ingegnosi enigmi ambientali, non è per questo infatti che vi ho voluto parlare dell’opera di Fumito Ueda. Dopo avervi dato un’idea della profonda e toccante vicenda che andrete a vivere se vorrete dare un’occasione al ragazzo dalle corna bianche infatti, cercherò di trasmettervi l’atmosfera sognante, metafisica, fiabesca e surreale che si prova sulla pelle esplorando e osservando il mondo creato dal talentuoso team giapponese.

L’esempio probabilmente più lampante dell’arte che permea l’intera opera, è la copertina della confezione di gioco.

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Provate a estrapolarne l’immagine, mettetela in cornice e appendetela a fianco de Le Muse Inquietanti, Piazza d’Italia, L’enigma della Pittura, Torre Rossa o a qualsiasi altro quadro di Giorgio De Chirico. Messa lì, tra quegli immortali capolavori, non vedrete più la copertina di un videogioco, bensì un fantastico inedito del pittore italiano.

Verso la Metafisica e Oltre

Camminando nell’universo di ICO infatti, vi sembrerà di essere entrati a tutti gli effetti in un opera del maestro metafisico, l’interno, l’esterno, i sotterranei del castello sono pura espressione metafisica contemporanea, una reinterpretazione con linguaggio moderno della corrente cha ha segnato il XX secolo. La solitudine, gli enormi spazi vuoti, l’architettura imponente, le figure umanoidi surreali e disturbanti, ogni aspetto della straordinaria direzione artistica rimanda all’arte di cui De Chirico è stato il più grande interprete.

Made in JP

L’impronta giapponese della produzione si palesa invece andando ad analizzare le componenti socio-culturali e concettuali che stanno alle fondamenta del gioco.

Le tematiche dell’esilio e del rigetto nei confronti del diverso infatti, abilmente raffigurate dall’isolata prigionia del giovane ICO, rappresentano indirettamente uno dei temi più delicati e discussi della cultura shintoista. Alla base di questa dottrina vi è il concetto del puro e dell’impuro, uno degli aspetti più controversi dell’affascinante filosofia nipponica classica.

Mentre il Giappone moderno non è (quasi) più soggetto a queste influenze infatti, fino a qualche decennio fa i cosiddetti “burakumin”, tutte quelle persone che nella vita avevano a che fare con i morti, con il sangue, con gli elementi cioè considerati impuri, che rompevano l’equilibrio del corpo e della natura, erano considerati dei veri e propri reietti, venivano isolati dalla società, nessuno aveva contatti con loro, nessuno parlava con loro, erano “invisibili” alla comunità, erano visti come una minaccia.

Le corna del ragazzo rompono l’equilibrio e la purezza del corpo, sono un elemento estraneo, disturbante, impuro, la piccola società in cui vive lo rinnega, lo ripudia, lo mette ai margini del mondo.

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Fumito Ueda nasconde abilmente tra le righe di una favola interattiva alcune tra le più grandi problematiche che talvolta ancora oggi affliggono un Paese sempre aperto alle innovazioni ma allo stesso tempo profondamente ancorato alla propria storia. 

Fumito Ueda fonde insieme cultura orientale e arte occidentale, tingendo il tutto di un’atmosfera che trasmette le emozioni di una fiaba e di una delicata poesia al tempo stesso.

Se amate l’arte metafisica, la filosofia giapponese, le atmosfere oniriche e sognati o la poesia, mettete da parte per qualche istante i pregiudizi, recuperate una Playstation2 o 3, e immergetevi nell’arte interattiva di Fumito Ueda.

E per i più curiosi…ecco una piccola anticipazione (volutamente nell’originale linga giapponese…che risuona come il linguaggio degli dei!)

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=SDrWMAzeoBA&w=560&h=315]

 Cover Image:  "Fiore Perso" by Andrea Ciresola 
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commenti

2 Responses to Game into Art?

  1. Giulia 4 marzo 2013 at 12:07

    L’articolo tocca molto bene le tematiche di questo videogioco: personalmente non considero grandi capolavori come ICO (segnalo, ovviamente, anche il suo successore “spirituale”, ossia Shadow of the Colossus) estranei alle tematiche di bellezza, arte, etica. Complimenti!

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    • Roberto Scottini 4 marzo 2013 at 19:17

      Grazie Giulia, bello2buono ospiterà sicuramente in futuro anche un pezzo sul fantastico Shadow of the Colossus (e speriamo prima o poi.. anche sull’atteso The Last Guardian).

      Rispondi

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