Senza Sangue – pill n.6

Senza Sangue – pill n.6

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Puh44BSrEMw&w=560&h=315]

Sangue nei popolari

sangue nei distinti

le abbiam prese ma non siamo vinti

e ora di rifarsi è ora di sparare il sangue dei compagni dobbiamo vendicare

sangue nei distinti sangue nel palazzetto noi siamo tutti quanti..

ULTRAS GHETTO!!

Sangue:

è la parola d’ordine dei movimenti sovversivi, come quello al quale appartiene Angelo Basile, sesto componente della Banda dei Nove nel romanzo Sinistri, nato il 7 luglio 1960.

Lascio a voi lettori scoprire cosa accadde quel giorno, partecipando al gioco di Sinistri, e ingoiando la pillola n.6, che arriva con un suggerimento musicale offerto dagli Offlaga Disco Pax.

Senza Sangue:

Con questa pillola vogliamo annientare le associazioni oscene, omicide, e violente legate alla parola sangue. Inneggiando ad un Senza Sangue, come ci suggerisce bene Baricco. Cito direttamente dal libro:

C’erano un sacco di cose che dovevamo distruggere per poter costruire quello che volevamo, non c’era altro modo, dovevamo essere capaci di soffrire e impartire sofferenza, chi avrebbe tollerato più dolore avrebbe vinto, non si può sognare un mondo migliore e pensare che te lo consegneranno solo perché lo chiedi, quelli non avrebbero mai ceduto, bisognava combattere.

Ebbene, con questa pill n. 6 invitiamo tutti a combattere, senza sangue, ma in modo puro per i propri sogni ed ideali.

I won't fight for you anymore_credits Enrico Zbogar

“Il
disertore si emancipa perché sfugge alla violenza o perché combatte
l’oppressione?”
Per maggiori info su tema e spiegazione della foto, leggere commento sotto del fotografo Enrico Zbogar.

 

Caro Tersite, tu cosa ne pensi?

C’è una frase che ci stringe con un legame di sangue all’idealità rivoluzionaria e che, non a caso, nasce nel nostro primo romanzo e spunta pure nel secondo: il futuro è dei puri di cuore con le mani sporche di terra. Non esiste lotta che non sia commistione di purezza e di terra. La purezza di chi non si muove per calcolo e tornaconto di bottega, ma per umanità. Perché l’essere umano quando si specchia può ignorare lo sguardo che lo fissa e immaginare di essere altro, di essere dis-umano, ma per farlo deve rinnegare se stesso. Quando, invece, ha il coraggio di fissare quelle pupille, tutte le sovrastrutture crollano ed esce qualcosa dal profondo che lo accompagna verso l’azione. Un’azione “umanitaria” che non si trastulla nei sistemi chiusi redatti ad uso e consumo degli ignavi, ma si dirige verso il mondo e ci si tuffa, mescolandosi alla terra.

È proprio in nome di questa obbedienza laica alla purezza e alla terra che la lotta degli antieroi non può passare per il sangue. Sia chiaro, ogni forma di ingiustizia stimola in noi il naturale desiderio alla reazione, in modo proporzionale alla violenza del sopruso. Ma è a questo punto che emerge la differenza tra un approccio “eroico” ed uno “antieroico”: l’eroe in un mondo violento vuole vincere, vuole, cioè, scatenare una forza uguale e contraria tale da soverchiare quella del nemico; l’antieroe, invece, sa che vincere in un sistema violento significa soltanto aver portato più in alto l’asticella della violenza e quindi aver fatto il gioco del sistema che si vuole combattere. Insomma, l’antieroe sa che se ci si trova in un gioco perverso per vincere bisogna essere ancora più perversi. Per questo lui viene sconfitto ed è consapevole della inevitabilità della sua sconfitta. La vittoria antieroica non consiste nella distruzione del nemico, ma nel ribaltamento delle regole del gioco.

L’idea della purezza sporca di terra, l’idea dell’uomo che osa guardarsi negli occhi, l’idea della libertà oltre la “libertà strappata con la forza” è la più grande rivoluzione che l’uomo possa compiere e che diventa, nel suo farsi, ragion stessa del suo esistere. Perché, come scriveva Fichte:

“Essere libero è niente, divenirlo è cosa divina”.

Lo sforzo di chi vive il coraggio della propria umanità ogni giorno è rivoluzionario. La politica di chi considera l’uomo come un fine e non come un mezzo (come invece fanno i cosiddetti “tecnici”) è rivoluzionaria. L’esistenza che coniuga in sé l’uno e il molteplice, l’individuo e la collettività, fino a dare senso all’uno nell’altro senza contrapposizioni, è rivoluzionaria.

Cos’è divenire liberi se non dare un senso, un centimetro alla volta, alla propria esistenza di essere umani in mezzo ad altri esseri umani?

Cover Image by Enrico Zbogar - official Sinistri Therapy Photographer.
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commenti

8 Responses to Senza Sangue – pill n.6

  1. Enrico Zbogar 1 gennaio 2013 at 08:56

    Sono sì un fotografo, ma sono anche uomo, in quanto tale ho delle opinioni. Oggi la mia è diversa da quella di Tersite. La foto è una mediazione tra le due. Infatti è ambigua. La foto vede la società divisa in classi, re e regina contro pedoni, ossia punto centrale della mia visione. I soggetti fanno parte di un gioco simulazione di una guerra e in questo momento non combattono, quindi sono non-violenti di fatto. Ma sono non-violenti in un modo assoluto o sono non-violenti temporaneamente? Il loro slogan dice “non combatteremo più per voi”. Si può intendere in due modi. “Non combatteremo più” oppure “combatteremo ma solo per noi stessi”. Sta al lettore deciderlo. Inoltre c’è un po’ di sano antirazzismo spiegato semplicemente in maniera classista: i bianchi e i neri dei pedoni sono uguali perché si trovano nelle stesse condizioni e hanno i medesimi interessi, quindi sono una classe sociale, così come il re bianco e la regina nera che sono la classe sociale opposta. Inoltre il miscuglio bianchi e neri va oltre il colore della pedina, vediamo anche un po’ di disfattismo rivoluzionario (cfr. prima guerra mondiale sul fronte russo all’alba della rivoluzione) che tradotto significa che i combattenti dei due schieramenti (rappresentando proletariato della nazione bianca e proletariato della nazione nera, quindi con gli stessi interessi) si uniscono, indipendentemente dal loro “esercito”, contro non il loro re e regina nazionale ma contro i re e regina internazionali, fraternizzando e formando un fronte unico dal basso.
    Questa foto vuol dire molte più cose di quante non sembri.

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  2. Prometeico 1 gennaio 2013 at 09:10

    Mi preme molto fare una analisi politica a riguardo delle opinioni espresse nell’articolo.
    L’assolutismo della non-violenza, come ogni altro assolutismo, è un punto di partenza antistorico.
    Per semplicità di discorso parlerò di violenza esclusivamente in ambito politico/sociale, non personale o altro, quindi il termine violenza sarà inteso solo in quel senso.
    Perché esiste la violenza? Poniamoci prima un’altra domanda: siamo in un sistema di uguaglianza? No, la sbandierata democrazia è semplicemente la parità di diritti politici. E’ un primo livello, un’emancipazione politica, ma non siamo ancora uguali a livello economico e nemmeno a livello sociale. Ed è tale ineguaglianza che genera violenza. Violenza repressiva e violenza di riscossa, a seconda di che interesse serve quando è compiuta. Normalmente si addita di spregiativamente la violenza di riscossa come negativa e da biasimare e si dice che la violenza repressiva sia la naturale risposta in difesa da parte della società. Ma non è così. Il sistema – lo Stato e gli Stati – ha mille modi di essere violento, giustificandosi per vie legali, che d’altronde provengono da esso stesso. Violenza è costringere a compiere lavori alienanti per sopravvivere, violenza è impedire l’istruzione a chi non può accedervi economicamente, violenza è non rispettare i voti dei referendum, violenza è manganellare chi protesta. Una cosa sono le leggi e una cosa sono le cose giuste. Le leggi sono giustificazioni per mantenere una determinato stato di cose intatto, le cose giuste ne sono indipendenti per quanto potrebbe darsi che si avvicinino talvolta.
    La violenza di riscossa, chiamiamola violenza politica per semplicità, ma anche la violenza repressiva è politica, è frutto di una preciso indirizzo politico di una classe sociale a favore di essa stessa e contro i suoi oppositori. Violenza politica in quanto è frutto della politica fuori dallo schema del resto della società. Tale violenza politica è da relativizzare alla dimensione storica nella quale è inserita. Ora la violenza politica è sbgagliata, ma in un futuro sarà l’unica speranza di vittoria per l’eguaglianza.
    La storia è il susseguirsi di sistemi sociali basati su classi sociali in ordine gerarchico, gli interessi della classe dominante di turno e i conflitti degli interessi contrapposti delle classi sono i genitori degli eventi storici. Nessuno escluso. Questi conflitti come si risolvono? Con il sopravvento di una sull’altra o con la rovina di entrambe le classi, aprendo in ambo i casi la strada a una nuova società classista. Esempi tipici sono patrizi e plebei, feudatari e servi della gleba, aristocrazia e borghesia e ora borghesia e proletariato. In estrema sintesi: per borghesia si intende la classe detentrice dei mezzi di produzione e per proletariato si intende i non detentori di mezzi di produzione che sono costretti a affittare la propria forza-lavoro. Ovviamente le epoche storiche hanno vissuto la coesistenza di più di due classi, ma per semplicità di discorso prendiamo le più rilevanti, senza le quali la società sarebbe completamente diversa.
    La violenza è sempre esistita ed esiste. In questo momento è inutile e dannosa. A questo proposito non posso non parlare della violenza individuale, del terrorismo, che indipendentemente dalla condivisibilità degli scopi, rimane sbagliato in quanto non storicamente coerente, né numericamente utile, anzi controproducente nel migliore dei casi se non strumentalizzato per qualche strategia della tensione.
    Come ho già detto la violenza è inutile e dannosa in questo momento, ma non meno inutile della non violenza. L’inutilità della non violenza è dimostrata dalla rivoluzione tedesca del 1918-1919, che fu spazzata via dalla repressione. Infatti ogni vittoria politica, sociale o economica è effimera o illusoria. E’ una distinzione da farsi nella misura del livello di fastidio per la classe sociale dominante. Si può dire effimera una vittoria che colpisce la classe dominante e le fa fare un temporaneo passo indietro. Ogni conquista ad opera della parte oppressa della popolazione viene successivamente riassorbita dal sistema, basti pensare alle conquiste degli anni ‘60 e ’70. Queste sono state piano piano nel corso degli anni riassorbite, ad esempio la scuola pubblica, la sanità, lo statuto dei lavoratori. L’intelligenza della classe dominante decide che può fare concessioni o meno, secondo quanto le conviene. In un periodo economicamente florido come i già citati anni ‘60 e ’70, la classe dominante ha potuto lasciare le briciole alle classi dominate. Ora che di briciole non ce n’è più e i capitali fittizi non rendono, la produzione reale è ferma e così via, la classe dominante recupera tutte le concessioni fatte in maniera funzionale a far rientrare i propri profitti. Marchionne non è una persona cattiva se licenzia gli operai, è semplicemente un borghese. Ha interessi contrapposti a quelli della classe lavoratrice. Lui deve far fruttare il suo capitale, i lavoratori devono affittare la propria forza lavoro per vivere. Il capitalista ha interesse che si lavori di più a minor prezzo, il proletariato ha l’interesse immediato opposto e come interesse di lungo termine ha l’eliminazione degli sfruttatori e la costituzione di una società di pari. Si può dire illusoria una vittoria che colpisce una classe dominante facendone subentrare una più forte. Possiamo portare ad esempio la rivoluzione non-violenta di Gandhi, che non è stata una rivoluzione ma una azione anticoloniale, ha eliminato la corona inglese dalla penisola, ma non ha assolutamente liberato gli indiani, o meglio solo una parte di indiani, la parte borghese, che nemmeno prima se la passava male. I lavoratori indiani invece sono sottomessi al potere delle caste e al capitale. Idem la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, ha sostituito una classe dominante con un’altra, e non come processo per arrivare poi a un’uguaglianza, l’evoluzione si è fermata e si è conclusa lì. O la Gloriosa Rivoluzione inglese della Magna Carta, ha semplicemente sancito la vittoria della borghesia in ascesa sull’aristocrazia in declino. Allo stesso modo la violenza può incappare in vittorie illusorie, la Primavera Araba lo insegna. Un susseguirsi di insurrezioni interclassiste hanno scacciato sì i dittatori del Mediterraneo, ma con cosa li hanno sostituiti? Sono forse più liberi di prima? No anzi in alcuni casi forse peggio. Quindi anche in questo caso ritorna a galla il relativismo storico con il quale bisogna valutare la violenza, quella che si è rivelata una vittoria di Pirro ci insegna anche come e quando la violenza sia produttiva e quando sia nel migliore dei casi superflua. Con questo non voglio sminuire le rivolte, ma nemmeno elevarle, le voglio inquadrare nella giusta dimensione. Lotte interclassiste, che non hanno messo in discussione il sistema ma solo la dirigenza del sistema, vanificando così i loro sforzi, se si guarda con una certa ottica. Sicuramente per i Fratelli Musulmani questa è una vittoria a tutti gli effetti in quanto hanno ora loro lo strapotere, ma c’è sempre una parte di società che era classe dominata e la è ancora.
    L’ineguaglianza va a favore di qualcuno, se no non vi sarebbe, e coloro i quali ne sono avvantaggiati hanno i mezzi per difenderla, mezzi che vanno dall’indottrinamento scolastico alla repressione vera e propria. Fingere che fiumi di persone che pacificamente occupano le piazze serva a cambiare qualcosa rasenta il masochismo in quanto si rimarrebbe inermi contro la violenza dell’ineguaglianza. Quindi la violenza rivoluzionaria, nel momento che ha un senso storico, diventa non una violenza aggressiva ma il legittimo atto di forza per la difesa dei propri interessi e la distruzione dei precedenti mezzi di conservazione dello status quo che li opprimeva. Sarebbe certo auspicabile cambiare il mondo in modo pacifico ma sarebbe antistorico e utopistico cercare di farlo.
    La vittoria dell’antieroe, elaborata da Tersite Rossi, ossia non l’annichilimento degli ingiusti ma il cambiare le regole del gioco, è mirabile, ma dimentica di rispondere alla domanda: chi detiene i mezzi coercitivi per mantenere in piedi l’ineguaglianza? È un sogno ammirevole come i sogni dei comunisti premarxisti, ma purtroppo significa sperare nella magnanimità del mondo, significa sperare che chi vede favoriti i suoi interessi vi debba rinunciare non solo parzialmente ma completamente. Gli interessi da cedere non sono lo stesso che cedere il sedile dell’autobus alla donna incinta, sono cose tipo l’egemonia del pensiero borghese nell’istruzione, l’egemonia della politica borghese nel parlamento, la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione usati per ricavare profitto dal lavoro degli altri, eccetera eccetera.
    Purtroppo le regole del gioco non cambiano di comune accordo, il processo democratico d’altronde è fittizio, hai libertà di scelta in un parco di scelte limitate e condizionate, quindi sei arginato. Le idee su una società egualitaria di Tersite Rossi poco distano, se non per nulla, dal comunismo inteso non come Unione Sovietica, ma come socializzazione dei beni, organizzazione della produzione dal basso e secondo le esigenze. (mi venga perdonato se non è corretta l’ultima frase, aspetto ragguagli in merito dall’interessato :) ) Ma non è un traguardo morale che uno può raggiungere, non è semplicemente un atto di volontà personale che gli altri devono rispettare. Esistono le classi sociali ed esistono strumenti di dominio che non possono essere cancellati per volontà, ma devono essere abbattuti, e sulle rovine di questi creare qualcosa di nuovo. Cercare di aggirare il problema lasciando intatte le radici che lo generano, lo nutrono e lo fanno proliferare, è inutile se non sciocco. Come sperare che potare le piante sia il modo per non farle ricrescere. Come il luddismo non ha distrutto il capitalismo. Come il referendum non ha sancito l’acqua pubblica.
    Se come prima cosa non abbattiamo il lavoro salariato, quindi la forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non potremo mai raggiungere una reale novità sociale. Lo sfruttamento capitalistico è il genitore di tutte le eguaglianze, da quelle economiche, sociali, politiche, genera guerre, crisi, corruzione, mafia, razzismo, eccetera. Non perché siano errori nel corso naturale della storia, ma perché sono endemici. L’accumulazione di capitale porta alla sete di ricchezza e al bisogno di prevalere sull’altro – non il contrario (vedi le popolazioni dove la proprietà privata non esisteva, preistoria e civiltà precolombiane) come vogliono farci credere – questo con ogni mezzo, quindi mafia, corruzione eccetera non sono altro che mezzi per arricchirsi. L’accumulazione capitalistica diventa violenta perché deriva dall’estorsione del plusvalore, che è violenta ed è violento il suo metodo di mantenimento. Quindi l’unico modo per combatterlo e vincerlo sarà la violenza non per uccidere ogni borghese, ma per eliminare il piedistallo su cui poggia e renderlo essere umano come tutti noi. E quel piedistallo sono i mezzi di produzione dei quali è proprietario.
    Quindi in conclusione cambiare il mondo è giusto, ma cambiare il mondo con la forza delle parole è impossibile.
    Vorrei rispondere alla frase di chiusura dell’articolo: “Cos’è divenire liberi se non dare un senso, “un centimetro alla volta”, alla propria esistenza di essere umani in mezzo ad altri esseri umani?” Ebbene divenire liberi è essere liberi, fuori da grovigli filosofici e questioni di autoelevazione spirituale, per essere liberi nessuno deve avere diritto a possedere mezzi per soggiogarti e nemmeno tu non devi averne diritto. Per essere liberi deve essere garantito lo sviluppo onnilaterale dell’individuo, impossibile sotto la logica del profitto, se no non sarei un impiegato se potessi fare il fotografo nella dimensione che desidero. Per essere liberi bisogna essere uguali.
    “Solo quando è creata l’eguaglianza delle condizioni si può parlare di ineguaglianza. Solo se tutti hanno i piedi alla stessa altezza si può decidere chi emerga al di sopra degli altri.” (Bertold Brecht)

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    • Tersite Rossi 5 gennaio 2013 at 15:54

      Credo che condividiamo l’orrore per l’ineguaglianza e il sano desiderio di giustizia, come forza dei deboli, ovvero come non-forza, non-dominio, non-sfruttamento. E questo ci avvicina molto.
      Ma le tue osservazioni ci hanno stimolato una breve replica.
      Partiamo dall’ultima osservazione in cui si afferma che nessuno deve avere il diritto a possedere mezzi per soggiogare qualcuno. Bene. Ma qual è l’autorità che sovrintende questo dovere? Con quali mezzi lo può fare? Può soggiogare per porre fine a qualsiasi sfruttamento?
      La storia non è una passeggiata di due innamorati sulla fiorita Promenade, anzi ha rappresentato sempre interessi di classi sociali in conflitto tra loro. E il profitto, in quanto grande espressione dell’interesse della classe dominante, ha trovato nel capitalismo il suo sistema ideale.
      Tuttavia, c’è un filo rosso che attraversa la storia, al di là delle classi sociali coinvolte, ed è l’espressione del dominio e dell’autorità attraverso la violenza. La società umana fin dall’invasione indoeuropea (tanto per limitarci ad una piccola parte del mondo, a noi familiare) ha osservato un susseguirsi di scontri violenti tra popoli (e, in essi, di gruppi sociali) in competizione tra loro. L’uomo ha costruito il potere sul sopruso. Le varie epoche storiche hanno solo innalzato una classe (con rispettive ideologie e culture) sull’altra. Sono cambiate colori, forme, parole, azioni. Ma il cuore è rimasto lo stesso: la sete di dominio. L’illusione marxiana della socializzazione dei mezzi di produzione come taglio gordiano (quindi definitivo e assoluto) dell’eterno conflitto tra le classi, non solo ha visto la sua brutta immagine riflessa nei regimi sedicenti comunisti del Novecento, ma ha una fragilità in sé: presuppone l’uomo come prodotto del suo sistema economico. Eliminare le radici economiche dell’ineguaglianza equivarrebbe, in quest’ottica dogmatica (così l’avrebbe definita Fichte), a trasformare l’uomo, fino ad emanciparlo da qualsiasi autorità (la distruzione dello Stato come espressione finale del comunismo). Ma la domanda cruciale è: l’uomo è davvero la manifestazione del suo sistema economico?
      Tra i tanti esempi possibili di chiavi di lettura alternative, ci piace citare le analisi etologiche di Frans De Waal sugli scimpanzé contenuti nel saggio “La scimmia che siamo”. Analisi illuminanti perché parlano di scimmie per parlare agli uomini. Cosa possiamo indurre sull’uomo, osservando i comportamenti dei nostri cugini scimpanzé? Che il desiderio di sottomissione dell’altro va al di là del modello socio-economico di riferimento. E’ influenzato da esso, ma non determinato. Così come non è determinato dal suo dna. E’ il risultato di un ancestrale istinto di sopravvivenza egoitale, cioè del singolo che pensa alla trasmissione futura dei sui caratteri o quelli della sua stirpe, e che non pensa mai alla specie nella sua globalità. Da quel famelico ordine di difesa e potenza di sé ha preso inizio la storia come successione di incontri e scontri, di offensive e ritirate, di rivoluzioni e restaurazioni.
      La domanda che l’antieroe si pone è: come ribaltare, dunque, il sistema autoritario? Negando il sistema stesso, ovvero quell’originario istinto di supremazia (nel saggio di De Waal i bonobo ne sono un esempio interessante, al di là di ingenue esaltazioni). Lo sforzo per superare noi stessi, smettendo i panni del primordiale difensore del proprio interesse a fronte di un comune interesse di specie tra le specie, è la sfida più alta. In quali modi essa si manifesti è la storia a dircelo. Può accadere per vie diverse. Ma finché non si mette in discussione questo punto di partenza, tutte le rivoluzioni d’ottobre del mondo saranno solo palliativi. Col rischio che assumano i tratti dell’orco appena ucciso.
      “Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo e dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”. (G. Orwell, La fattoria degli animali)

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      • Prometeico 5 gennaio 2013 at 18:59

        Quindi perché quindi è utopistica questa speranza di cambiare l’uomo prima di cambiare la società? Perchè le idee dominanti sono le idee della classe dominante. Cos’è che rende possibile il proseguimento storico di uno stato di cose? la conservazione della condivisione delle idee che l’hanno generato. E tale stato di cose costruisce anche lo strumento dell’inculcazione di tali idee nelle future generazioni. Possiede tutti gli strumenti adatti alla conservazione di questo sistema, dal manganello dei reparti antisommossa, alle televisioni, ai libri di scuola. Non intendo con questo che siano diretti da una medesima autorità, ma che seguano indubbiamente il medesimo filo logico. Cambiare la mentalità degli uomini sotto uno stato di cose precede, per lo meno necessita di una forza di controcultura grande tanto quanto lo stato, e in quanto portatrice degli ideali che ribalteranno lo stato avrà il marchio terrorista su di sé. Il marchio terrorista non è semplicemente un timbro sulla fronte, sono attacchi mediatici, pressioni politiche, provocazioni, repressioni e la tanto amata strategia della tensione. Ricordo che che dal 93 al 03 tra Parma e Bologna c’era un gruppo di giovani (non più di 40 elementi tra le due città) che sono stati calunniati di terrorismo e di vicinanza alle BR da un giornale locale (http://www.leftcom.org/it/articles/2002-04-01/le-false-accuse-della-gazzetta-di-parma) a un gruppo dichiaratamente antiterrotista. Ma a loro non è importato evidentemente.
        La rivoluzione scoppia in breve tempo: è un’idea che nasce circoscritta e rimane circoscritta molto a lungo, poi incendia gli animi come una scintilla nella paglia, e con la stessa velocità la spinta rivoluzionaria si esaurisce. Questo per dire che instillare una coscienza nuova- penso a qualcosa come l’hombre nuevo di Guevara – in delle masse non è semplice come in teoria, nella prassi come ho già spiegato la spinta rivoluzionaria è breve e fulminea, se non si vede realizzata si spegne con eguale velocità, la teoria di Tersite invece presuppone che ci sia una curva di incremento costante della coscienza, che chi ha già fatto proprie le idee di cambiare il mondo rimanga tale e via discorrendo. Ma purtroppo non è così. Lo dimostra per esempio il biennio rosso: l’Italia non è mai stata così vicina a una rivoluzione socialista come in quegli anni, da semplici lotte rivendicative fino all’occupazione del triangolo industriale, poi più nulla. Voi direte eh sì ma è subentrato il fascismo! Eh beh ma chi l’ha pagato il fascismo? da dove deriva il fascismo. Il fascismo è anch’esso un movimento borghese, che tutela gli interessi della media borghesia, da questa finanziato in primo luogo e sostenuto fino al 43. Quel giorno cos’ha significato nel conflitto di classe? ha significato che i benefici del fascismo erano diventati inferiori ai danni da esso causati, quindi non era più utile e così, sulla spinta borghese VE III ha fatto quello che ha fatto.
        Per concludere: qualche appunto sulla natura dell’uomo. La guerra è iniziata il giorno in cui la famiglia da matriarcale è divenuta patriarcale e monogama. Perchè questo cambiamento ha sancito il sopravvento della proprietà privata sulla proprietà collettiva. A questo riguardo penso anche alle civiltà precolombiane. Non esistevano classi sociali, esistevano ruoli ma non vi era prevaricazione del capo sugli altri, vi era collaborazione. Il ruolo era definito in base alle tipicità della persona. L’uomo ha vissuto momenti nella sua esistenza nei quali non era in lotta all’interno del proprio nucleo sociale, ma tendenzialmente solo territorialmente verso l’esterno. Ciò inoltre non toglie il fatto che se si eliminano le cause generatrici dell’ineguaglianza e della violenza, che significato avrebbe continuare a lottare qualora non ci fosse disparità? Per il sopravvento, ma il sopravvento non è tale se non vi sono disponibilità limitate.
        Per quanto riguarda la sete di potere come “caratteristica naturale e immutabile” dell’uomo, capisco le perplessità al riguardo, ma anch’io come voi credo nell’evoluzione dell’umanità e della coscienza, quindi oso sperare che in una rivoluzione non vi sia – ancora una volta – la sostituzione delle masse con il Partito, ma che nel caso dovesse succedere tali masse si ribellino ad esso. Per quanto sia vero che il Partito rivoluzionario è l’avanguardia politica della classe lavoratrice, e quindi spesso tale classe si è sottoposta ad esso, è tuttavia vero nella medesima misura, che nel momento rivoluzionario tale classe diventa in prima persona portatrice dei suoi interessi, diventa quella che si dice “classe per sé” quindi confido che abbia abbastanza forza e abbastanza coscienza collettiva da sbaragliare oltre il capitalismo anche gli opportunismi. E se proprio non riuscirà a farlo la classe spero che siano in grado di farlo i membri del partito non opportunisti.
        Chi governa questo stato di cose? chi decide la proprietà privata e pubblica? beh tutti come nessuno. Parlo oltre lo stato di transizione capitalismo-comunismo. la società ha semplicemente come organi assembleari dei consigli circoscrizionali di territorio, i quali democraticamente a suffragio universale (democrazia diretta dal basso), decidono le esigenze di produzione, in primis e in secondo luogo amministrano la società. Ma non l fanno rifacendosi a un’istituzione che ha la premessa di essere al di sopra della società, ma che se ne estranea sempre di più nella realtà, ma semplicemente sono gli esseri umani che decidono per loro stessi. E basta.
        Per quanto riguarda le degenerazioni del marxismo che hanno portato svariate firme, potrei dilungarmi , ma non mi sembra il luogo adatto. Per aiutarvi a comprendere più approfonditamente le posizioni politiche sui vari socialismi di stato e le altre mistificazioni del marxismo, vi dico che faccio riferimento alla corrente politica dell’internazionalismo. in merito su questo sito si trovano tutte le analisi su questi argomenti – che ho fatto mie. http://www.leftcom.org/it Perdonatemi la pigrizia di non trattarli personalmente, ma sarebbe sempre troppo poco, inoltre li ho già abbozzati in risposte a commenti precedenti in questo articolo.

  3. maurizio cavallo 2 gennaio 2013 at 13:14

    La foto la vedrei così: i pedoni combattono eccome! in quanto è poco credibile che re e regine restino con le mani in mano di fronte ad una tale presa di posizione. Quasi certamente reagiranno e i pedoni, per non soccombre, dovranno per forza di cosa combattere.

    Credo che difficilmente un uomo possa fare qualcosa che non sia umano, quello che farà sarà sempre umano in quanto espressione della sua propria natura. Quando Tersite Rossi dice che “l’essere umano quando si specchia può ignorare lo sguardo che lo fissa e immaginare di essere altro, di essere dis-umano, ma per farlo deve rinnegare se stesso” ha forse in mente un essere umano ideale che poco ha a che vedere con la reale natura umana, fatta di luci e ombre, di lati splendenti e zone oscure che si vorrebbero nascondere. Rinnegare la propria natura è anch’essa una caratteristica dell’essere umano, piaccia o no. Sarebbe preferibile invece, questo sì, che l’uomo impari a guardare negli occhi il suo prossimo (uso questo termne non in senso evangelico classico): specchiarsi troppo non sempre è salutare (Narciso insegna).

    Infine la proprietà dei mezzi di produzione: di chi dovrebbe essere? Bello se potesse essere di tutti, ma come si fa? Rivoluzioniamo l’assetto attuale della società? E come? Con un’altra rivoluzione? E quante rivoluzioni, una volta riuscite, sono diventate le custodi dello status quo? Ma l’autore dell’intervento non ha già dato la sua risposta? Ho letto, in tale intervento, una lista di rivoluzioni tradite, fallite, parzialmente abortite e neppure la storia di una rivoluzione riuscita. Giusto anche non eliminare il borghese fisicamente ma sfilargli da sotto i piedi il piedistallo sul quale poggia: ma pensiamo veramente che il borghese aspetti che qualcuno gli tolga il potere sul quale è così comodamente seduto? E se reagisse? Una reazione violenta? Non bisognerebbe in questo caso combattere contro il borghese in quanto persona? Ci troveremmo nella situazione dei pedoni di cui alla foto…

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    • Prometeico 2 gennaio 2013 at 15:45

      Condivido appieno. Data la natura della società, ossia divisa in classi, la repressione della classe dominante arriva nel momento in cui le classi dominate vogliono cambiare la loro condizione.
      Comprendo anche perfettamente i tuoi dubbi riguardo al non uccidere il borghese, il padrone, ma semplicemente privarlo del suo ruolo di sfruttatore e renderlo lavoratore pure lui. Ogni volta che si affronta questo discorso non posso fare a meno di pensare a una delle scene conclusive di Novecento di Bertolucci, quando i contadini urlano il padrone è morto e poi all’arrivo del CLN DeNiro dice il padrone è vivo. Ha ragione in quel caso Gerard Depardieu a non uccidere Alfredo Berlinghieri, in quanto egli deve essere espropriato e il gioco della maggioranza farà il resto. Il suo ritorno alla vita è dovuto al CLN, al fronte unico dall’alto, primo complice il PCI, che per la salvezza della “nazione” – ossia la macchina borghese di sfruttamento e di protezione del capitalismo – hanno opportunisticamente svenduto la rivoluzione proletaria.
      Però non dimentichiamo che il proletariato rappresentato dai contadini e dai partigiani in quelle scene, si è accodato al CLN per la mancanza di una avanguardia rivoluzionaria, non per una ponderata presa di posizione politica. Quindi sì la rivoluzione è da farsi violenta perchè non vi è altro modo di poterla vincere, poi l’umanità. persi i vincoli della logica del profitto, perse le prevaricazioni dell’uomo sull’uomo cesserà di aver bisogno della violenza e allora avremo una nuova umanità, che non sia costretta a lottare per sopravvivere.

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  4. maurizio cavallo 3 gennaio 2013 at 09:08

    solo un punto da chiarire, probabilmente il mio intervento non è stato del tutto comprensibile e me ne scuso. Il terzo punto trattato, quello relativo ad una rivoluzione, voleva essere leggermente ironico: non credo nelle rivoluzioni proletarie (se pure ce ne sono state, ma non mi sembra), credo che le rivoluzioni, anche le cosiddette proletarie, vengano pensate e messe in pratica da individui e gruppi che vogliono sostituirsi ad una classe dominante per prenderne il posto. Il proletariato è solo un pretesto, si tratta solo e soltanto di lotta per il potere. Meglio la democrazia allora, anche con tutti i suoi difetti. Per quanto riguarda invece un posto dove l’umanità non sia costretta a lottare per sopravvivere, l’unico luogo che mi viene in mente è il Paradiso Terrestre ma a quello abbiamo rinunciato da un bel po’ :-)

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    • Prometeico 3 gennaio 2013 at 12:40

      prima di tutto vorrei chiarire anche io che di rivoluzioni proletarie non ce n’è mai state per il semplice motivo che la realtà è molto più complessa dell’astrazione teorica. Molti si riferiscono alla rivoluzione di ottobre in questo caso, ahimè l’argomento è abbastanza complesso e non ho intenzione di scrivere un libro a riguardo. Ma la tratterò solo per il punto successivo: il tradimento stalinista dell’unione sovietica. Per quanto la rivoluzione russa fosse partita con i più puri ideali, Lenin stesso la “tradì” per sopravvivenza. Come spesso e ripetutamente dichiarato da lui stesso nella Pravda la NEP è stata solo l’escamotage per tentare di resistere come isola socialista in mezzo all’oceano capitalistico a loro avverso e nemico. Poi Stalin ne fece una ragion d’essere di questa politica economica e ne conosciamo i risultati. Concordo con il tuo scoramento riguardo alle rivoluzioni proletarie: l’unica che vi è stata e che ha vinto militarmente è stata privata di ogni presupposto ed è diventato il più opprimente capitalismo che la storia abbia mai conosciuto: il capitalismo di stato. Che al contrario del pensiero di molti non è questo lo step necessario per la costruzione del comunismo, ma è esattamente la direzione opposta. Basti leggere Stato e Rivoluzione di Lenin [http://www.marxists.org/italiano/lenin/1917/stat-riv/index.htm] e chiunque è in grado di fare le opportune differenze tra Semi-stato e Unione sovietica. Ma non voglio dilungarmi a riguardo.
      Cos’ha generato la degenerazione staliniana? ebbene, le cause attribuibili sono molteplici, dall’ovvia inesperienza, al burocratismo del partito comunista, alla sete di potere passando per l’organizzazione dell’armata rossa divenuta gerarchica per necessità.
      Tagliando corto noi ora siamo coscienti e abbiamo avuto 95 anni per analizzare questa esperienza, il valore e i suoi limiti, quindi confido in un futuro di dover affrontare nuove problematiche e non sempre le medesime.

      Concludo con la preferenza alla democrazia. Purtroppo i difetti della democrazia (borghese, non la democrazia in generale) non sono nei sul volto di una bella ragazza. Sono gli stessi problemi che ho accennato innanzi. Riprendere l’argomento sarebbe ridondante, quindi traccio una connessione che forse prima avevo dimenticato: essendo la democrazia borghese uno strumento di governo dello stato borghese, e essendo questi uno strumento di oppressione di una classe sull’altra, ogni limite, ogni contraddizione, ogni ingiustizia del capitalismo è un’ingiustizia della democrazia borghese. Io nel prececedente intervento ne ho elencati alcuni, ma ovviamente sarebbe una trattazione molto più complessa da fare, non a caso una mente geniale come Marx (non lo idolatro, riconosco, oltre la correttezza delle sue teorie, che fosse una persona intelligente e perspicace) ha impiegato 3 libri a illustrarlo.

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