India: i misteri della civiltà orientale in mostra all’Arsenale di Venezia

India: i misteri della civiltà orientale in mostra all’Arsenale di Venezia

L’arte contemporanea indiana è in questi giorni in mostra a Venezia: l’Arsenale Nord ospita questo viaggio inusuale attraverso 28 artisti, alcuni per la prima volta in Italia, voluta dal Comune di Venezia e dall’Ambasciata Indiana.

Il miscuglio di razze, lingue, tradizioni e religioni è palpabile attraverso le 50 opere in esposizione, tra cui una video performance, un cortometraggio e due installazioni 3D sulla trasformazione dell’India nel XI secolo. La sede è ricavata da un vecchio magazzino dell’Arsenale che,come da caratteristica, ha mantenuto il suo aspetto freddo e non raffinato, più che adatto a far da cornice alle colorate tinte della new wave indiana.

I primi fotomontaggi appartengono a Baba Anand, designer convertito alle arti figurative, che crea contenitori kitsch mischiando immagini del mondo cinematografico bolliwoodiano a falsi gioielli, costumi e immagini sacre tratte dalle più comuni raffigurazioni commerciali della religione induista.

-Akash Choyal - Let me ride heaven - 2013 - Triograph - 122 x 76 cm

Thukral e Tagrasono rappresentano il duo di grafici che gioca sulle fantasie pop e ironiche della cultura indiana: The Escape Project, la loro mongolfiera-installazione rosa coperta di angeli, bambini, alberi e figure mitologiche, è statascelta come logo dell’esposizione.

Uno degli artisti più interessanti a mio avviso è Chintan Upadhyay, creatore della video performance in cui una donna indiana  si fa cospargere di vestiti fino a scomparire, accompagnata da una serie di bauli e bancali dai quali fuoriescono vestiti: l’artista vuole riflettere sul concetto di solidarietà  e lavoro nell’odierna società indiana, chiamandoci a riflettere sulla popolazione indigente che affolla le strade delle grandi metropoli o gli stessi emigranti che molto spesso sono considerati invisibili, ricreando una metafora della vita, che va avanti anche calpestando i più vulnerabili.

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Sempre impegnata sulle sfumature sociali, Tejal Shah riflette con una composizione di fotografie raffiguranti una coppia di sposi in cui non è ben chiara la rispettiva sessualità: la sposa ha sembianze maschili ma si muove come una danzatrice e indossa un sari; la posizione della donna in India è ancora molto discussa specialmente nei più recenti fatti di cronaca, e viene combattuta da quest’artista sfidando il conservatorismo attraverso l’equiparazione dei sessi.

Surendra Pal Joshi, con la sua cascata di spille da balia che cadono su ciotole di acqua stagnante, riesce a comunicarci la sofferenza delle popolazioni che hanno ancora oggi il grave problema della collettivizzazione e del risanamento dei pozzi d’acqua, causando centinaia di silenziose vittime. Alle spalle di questa installazione un video di Bose Krishnamachari intitolato Is death possible?, che accompagna il pubblico con i riti votivi di una donna in riva al mare, riflettendo sulla figura dell’idolo e del fedele devoto.

 Chi ha più bisogno l’uno dell’altro? L’Idolo è una sola proiezione dell’uomo che ne diventa schiavo?

 L’artista vuole evidentemente far ragionare il suo mondo sul senso della tradizione, rimanendo però inequivocabilmente legato ai riti che la Natura in primis gli offre.

Jai Zharothia è invece l’esempio di come il cubismo e l’arte europea abbiano creato dei parallelismi e affinità seppur dall’altra parte del globo: infatti, quest’anziano pittoredipinge  l’umanità concentrandosi sulla figura anatomica distorta, fatta di colori vivi e di forme asimmetriche, capendo che in realtà quello che ci forma dentro è quello che dobbiamo comunicare anche fuori dall’estetica prestabilita.

Il suo sguardo sul mondo è simile a quello di Picasso, spinto ulteriormente da un’energia espressionista fatata e deformante, che lo avvicina alle pulsioni chagalliane di inizio Novecento.

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L’esposizione si conclude con l’installazione di Mukesh SharmaNagraj (2013),  un serpente composto da  tessuti, sacchi della spazzatura e polistirolo, sovrastato da una conchiglia-ventaglio fatta di metallo e decine di tastiere rotte; il grido dell’artista si rivolge chiaramente al mondo del consumismo contemporaneo che può trasformare inavvertitamente le cose che ci stanno attorno, invitandoci ad aprire gli occhi sulla vita di tutti i giorni.

SAVE THE DATE: Arsenale Nord, fermata Celestia, fino al 30 settembre 2014

Articolo e foto di Simone Baggio

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