FRIEZE ART FAIR – I due significati del Nudo

FRIEZE ART FAIR – I due significati del Nudo

Domenica 20 ottobre, dopo quattro giorni di esibizioni, si è conclusa la fiera d’arte contemporanea FRIEZE LONDON, e non potevamo proprio perdercela! Ecco la personalissima review della nostra collaboratrice Mara Cimatoribus.

Location:

Ospitata all’interno di una tensostruttura ideata appositamente dallo studio inglese di architetti CarmodyGroarke, la manifestazione si è svolta al Regent’s Park di Londra, donandole così un tocco regale.

La particolarità di questa fiera è quella di concentrarsi per la maggior parte nell’esposizione di artisti contemporanei attualmente vivi, con l’intento di esporre sul mercato le novità e le tendenze del mondo dell’arte attuale.

Personalmente posso dire di non essere stata colta da quel solito formicolio eccitante che mi attraversa da capo a piedi quando sono di fronte ad un’opera, un artista, uno spazio, una galleria, un museo che mi colpiscono in particolar modo. Forse perché mi aspettavo qualcosa di… diverso. Certo, non si può negare che certi stand fossero comunque intriganti e possedessero la capacità di far indugiare su ciò che esponevano, o che una scultura, di quelle imponenti e dannatamente pop di Jeff Koons, non riscuotesse il suo effetto “colpoalcuore”. Ma nonostante ciò, ho percepito una costante sensazione di familiarità guardando le opere esposte, alcune delle quali già intraviste alla Biennale di Venezia, di due anni fa peraltro.

Main Section, Focus e Frame

Anyway, la manifestazione era divisa in tre sezioni: MainSection, Focus e Frame. Quest’ultima riuniva le gallerie che sono in attività da meno di otto anni, concentrando l’attenzione per lo più su progetti di giovani artisti. Tra le altre, la PSM di Berlino che ha presentato l’opera “Teoria” di Eduardo Basualdo. La sezione Focus, invece, comprendeva gallerie con un’esperienza almeno decennale alle spalle, come The Box di Los Angeles o, per citarne una nostrana, la galleria Fonti di Napoli.

I due significati del Nudo

Tra tutte, la sezione Frame si è più avvicinata a quelle che erano le mie aspettative. Forse perché le nuove gallerie, rispetto a quelle già ben avviate sul mercato, puntano solo sul loro repertorio migliore. Sta di fatto che, in passato, ho incontrato lavori che mi hanno entusiasmata e coinvolta di più.

E poi, ditemi, è stata solo una mia impressione o il numero di dipinti e fotografie raffiguranti donne nude a gambe spalancate era considerevole? Non si tratta di essere puritani ma è proprio necessario dover mostrare una vagina, più o meno pelosa, per attrarre l’attenzione dell’osservatore? In questo caso non stiamo parlando del nudo fine ed elegante che possiamo ammirare nelle Veneri di Giorgione o Tiziano, né dei nudi di Schiele, che, per quanto crudi, mantengono sempre un’atmosfera sensuale. A questo proposito la citazione del poeta Paul Valery mi sembra azzeccata:

“Il nudo non aveva che due significati nelle menti: talvolta il simbolo del bello, talvolta quello dell’osceno”. 

Finito il tour degli stand, io e i miei compagni del Frieze abbiamo fatto merenda insieme mentre aspettavamo la fine del diluvio, per poi uscire nel giardino antistante, soprannominato per l’occasione the Sculpture’ Garden. Tra sculture di Mirò e gli specchi di Marilà Dardot, ho potuto vedere anche l’opera “Chloe” di Jaume Plensa: una testa in ghisa alta sette metri che appare quasi come un ologramma. Un’altra “testa” di Plensa la si può ammirare a Venezia durante l’evento della Biennale, a Palazzo Franchetti, la quale però non gode dello stesso spazio attorno a sé che permette di ammirarla da tutte le angolazioni possibili.

“Chloe” di Jaume Plensa

“Chloe” di Jaume Plensa

La conclusione non è negativa come potreste pensare: era il mio primo Frieze, nonostante le aspettative forse troppo alte, avere la possibilità di aggirarmi tra un’opera e l’altra, vedendo quelle di artisti che amo o conoscendone di nuovi, per me è stata comunque un’esperienza gratificante e positiva.

Sito ufficiale: http://friezelondon.com

Articolo di Mara Cimatoribus

Per leggere altri articoli di Mara potete visitare il suo blog personale Artherapy

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