Cuore Matto – pill n.5

Cuore Matto – pill n.5

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Flight to London Heatrow from Milano Malpensa – 31st of December 10.20 PM.

Clicco “Acquista”. Totale 536 GBP. Pazzia! Partire a poche ore dalla mezzanotte con un one-way ticket è mera pazzia. Ma è per amore. Ah, ecco, tutto si spiega…cosa non si farebbe per amore? Quell’amore vero, quello che ti spinge a fare le cose più assurde, più estreme. In bene e in male.

E’ giunta l’ora della pill n. 5, la quale si presenta con la seguente scritta incisa sopra:

Si può arrivare ad uccidere per amore?

Nel quinto racconto di Sinistri si può, si può eccome! E non per gelosia o perversione, no, ma per pura delusione.

Odi et Amo. Proferiva il buon vecchio Catullo.

Amore mescolato ad Odio, desiderio amalgamato a ripugnanza.

In Sinistri non si parla solo di amore verso la persona amata, ma si parla anche di un altro tipo di passione, più intima: l’amore per lo studio e il desiderio di sapere.

Si può amare fino ad odiare, l’amato e sé stessi. Proprio come quando odiamo ciò che abbiamo fatto o compiuto, ci pentiamo e deludiamo le nostre aspettative. Molti di voi, pluri-laureati o laureandi, si riconosceranno in questo aspetto di amore ed odio per ciò che fanno e ciò che sono: iper-referenziati. Ed oggi forse questo non serve più. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono ai colloqui i datori di lavoro.

Delusione, ancora.

E allora che fare? Uccidere o uccidersi? Per amore? Per odio?

Il vostro cuore impazzisce, come quello di Stefano, protagonista del quinto racconto in Sinistri. Fermatelo e chiedetevi:

Si può legare un cuore? E un cervello?

Caro Teriste Rossi, tu cosa diresti?

Il tema della delusione pervade tutto il romanzo. I nostri personaggi sono tutti quanti, chi più chi meno, dei delusi. Delusi nel privato, delusi nel pubblico. Stefano, il protagonista del racconto intitolato “Il giornale”, lo è in entrambi gli ambiti. All’interno della redazione giornalistica di ex sessantottini di cui è membro credeva di avere dei compagni, prima ancora che dei colleghi. Salvo poi scoprire – siamo nel 1978, a dieci anni dall’inizio del sogno – che lui è rimasto l’unico, fra loro, a credere ancora ai vecchi ideali di emancipazione e giustizia sociale, e di essere quindi circondato da nient’altro che traditori.

Stefano, che per gli ideali ha sacrificato la sua stessa salute e si trova senza soldi per pagare la difficile operazione al cuore che lo attende, mentre i colleghi se la spassano coi soldi delle casse del giornale, è l’emblema del personaggio tradito. Cornuto e mazziato, potremmo dire. Ed è qui che entra in gioco il tema della vendetta.

Vendetta o indifferenza? (Auto)distruzione o omologazione? Questo il bivio di fronte al quale tanti si ingabbiarono, in quella stagione. Molti rifluirono, facendo buon viso a cattivo gioco, diventando indifferenti al tradimento subito, anzi decidendo – all’insegna del tanto peggio, tanto meglio – di diventare traditori essi stessi, come e più di coloro che li avevano traditi per primi.

Altri invece imbracciarono le armi, e iniziarono a sparare. Ma il bivio vendetta/indifferenza, in realtà, non era tale. Chi volle vendicarsi dei traditori sparando, alla fine tradì lui stesso. Stefano alla fine spara. Spara agli ex compagni. E così facendo, contemporaneamente, tradisce gli stessi ideali che loro avevano tradito per primi.

Ecco perché abbiamo mescolato sentimenti e ideali nella vicenda di Stefano: tradire un ideale è come tradire un’amicizia o un amore. Alla faccia di chi a un certo punto ha pensato, dopo aver creduto che “tutto è politica”, che il privato potesse essere il solo rifugio alla troppa politica vissuta fino ad allora.

Ringrazio Tersite Rossi per questa sua pillola n.5, forse un po’ amara…ma una soluzione c’è, antica e semplice: un poco di zucchero, proprio come la cara Mary Poppins soleva canticchiare…

Lo zucchero sta nelle parole che ho trovato nel libro di Beppe Severgnini (Italiani di domani), ove a pagina 163 cita il discorso del rettore dell’università di Venezia fatto durante le giornata della laurea il primo luglio 2011. Parole di zucchero e speranza agli studenti:

Voi non avete il diritto di sognare. Voi avete il dovere.

Sognare non ci può deludere, mai!

E con il cuore che impazzisce ingoio questa pill n.5, e mi preparo a prendere il  volo.

In coda a questa pill n.5 Bello2Buono ha il piacere di introdurre anche il nostro “offial photographer for The Sinistri Therapy”, Enrico Zbogar, autore delle foto presenti in questo post. Enrico ha dedicato inoltre un intero album personale alla rubrica di bello2buono Ogni Martedì all’Alba e seguirà le prossime pillole di Teriste Rossi. Ma lasciamo a lui la parola:
Dunque, chi sono? Non lo so. O meglio, non è facile scriverne. Sono l’intervallo tra l’uomo che sono e l’uomo che non sono. Una volta dicevo “solo uno skinhead: niente di meno, niente di più”, ma ora non è così. Le idee sono le stesse, i miei capelli sono cresciuti, non sono più un modello di vita standardizzato. Non puoi chiamarmi con lo stesso nome con il quale chiami qualcun altro. Ogni persona è – dovrebbe essere – uguale a un’altra perchè nessuno è uguale a un altro.
Perchè sono diventato un fotografo? Con la fotografia cerco di divulgare quello che sento, quello che vedo, quello che critico, quello che odio, quello che amo. Inquietudine, ribellione, vita e non-vita. Provo a trasmettere i sentimenti intrasmissibili. Tutte le mie foto hanno un significato, ogni scatto ha la mia chiave di lettura per comprendere il mondo, ma si è sempre liberi di interpretarle come meglio si crede, l’arte è democrazia. Quindi io sono Enrico Zbogar, nessun altro. A volte è una cosa buona, spesso no.
“Odio e guerra. E se chiudo i miei occhi non se ne andranno, devi farci i conti”
(You will find the English version of Enrico’s profile below Who We Are)
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